[Contenuto esclusivo realizzato per La Battaglia di Santiago]
Il calcio italiano ha vissuto vari scandali legati alle scommesse e ai match “accomodati” negli anni Ottanta. Ricostruiamo il cosiddetto “Caso Padova”, che portò conseguenze pesanti al club biancoscudato (ma non solo) nel 1985.
Siamo alle battute finali del campionato di Serie B 1984-85. La situazione in fondo alla classifica è molto ingarbugliata, per la presenza di tante squadre in una manciata scarsa di punti. Prima dell’ultima giornata sono già condannate alla retrocessione Parma e Taranto. Sono addirittura dieci le squadre cosiddette pericolanti, che attendono l’esito della partita conclusiva con il fiato sospeso.
Restano quindi due posti ancora da assegnare per unirsi a Parma e Taranto, che ovviamente tutti vogliono evitare. C’è chi ha però un calendario più facile, la possibilità di spartirsi la posta pacificamente senza farsi del male in onore dei rispettivi obiettivi, secondo meccanismi sempre esistiti che in seguito avrebbero preso il nome di “biscotti”.
Però, c’è qualcuno disposto a spingersi ben oltre questi patti verbali di non belligeranza: stiamo per scoprirlo.

Questo il calendario del 38° e ultimo turno, in programma domenica 16 giugno 1985:
Bari-Pescara; Bologna-Cesena; Cagliari-Catania; Campobasso-Triestina; Genoa-Empoli; Monza-Lecce; Parma-Sambenedettese; Perugia-Varese; Pisa-Arezzo; Taranto-Padova.
La classifica recita:
Pisa e Lecce 49;
Bari e Triestina 47;
Perugia 46;
Genoa 39;
Pescara 38;
Empoli 36;
Cesena, Monza, Sambenedettese e Bologna 35;
Campobasso, Catania e Arezzo 34;
Cagliari, Varese e Padova 33;
Parma 25;
Taranto 23.
Naturale vedere come ci siano anche delle squadre in lotta per la promozione in Serie A, che avrebbe premiato tre di loro. In Serie C invece ne sarebbero scese quattro. Qui accade il fattaccio.
Lunedì 17 giugno, l’Ufficio Inchieste della FIGC riceve una denuncia di illecito relativa a Taranto-Padova, terminata il giorno precedente 1-2 con il risultato della salvezza ottenuta dai veneti a scapito del Cagliari (0-0 contro il Catania) e del Varese (battuto 1-0 dal Perugia).
Chi ha presentato denuncia?
Si tratta di Angelo Becchetti, ovvero l’allenatore che – in tempi abbastanza anomali – è stato esonerato dal Taranto prima dell’ultima giornata di campionato.

Perché ha messo a conoscenza le autorità del “fattaccio”? Non si tratta certo di un moto di onestà: Becchetti era stato semplicemente tagliato fuori dall’affare organizzato per combinare Taranto-Padova, che gli avrebbe portato in tasca dei bei soldini. Da qui la denuncia, per ripicca nei confronti di chi lo aveva escluso. Per capire la situazione, è necessario fare un passo indietro.
Circa un mese prima della partita incriminata, il 13 maggio, il giocatore del Taranto Giovanni Sgarbossa si reca a votare nel suo paese natale: San Martino di Lupari, in provincia di Padova. Qui viene avvicinato dal vicepresidente del Padova Angelo Zarpellon, che in buona sostanza gli chiede il favore di adoperarsi – nel caso i patavini dovessero averne bisogno qualche settimana dopo – per favorire il Padova nell’ultima partita a Taranto e dare quindi un aiuto concreto per far raggiungere la salvezza ai biancoscudati.
Sgarbossa risponde a Zarpellon che avrebbe dovuto parlarne ad alcuni compagni di squadra, dando la sua disponibilità di massima. Alla penultima giornata, il Padova pareggia contro il Perugia e quindi è necessaria a quel punto la vittoria nel match successivo di Taranto. Sgarbossa telefona a Zarpellon, chiedendogli se la proposta fosse ancora valida: responso positivo, il centrocampista del Taranto procede a rendere a conoscenza della combine i compagni Dino Bertazzon (centrocampista), Vito Chimenti (attaccante), Angelo Frappampina (difensore) e Fabrizio Paese (portiere).

L’affare prevede il versamento di 50 milioni di lire subito e di ulteriori 50 a partita conclusa, a salvezza raggiunta dal Padova.
Detto, fatto: gli ospiti vincono per 2-1, grazie alle reti di Sorbi e Da Re. Ininfluente il gol di Formoso per i pugliesi. Ma quando i cinque interessati già pregustano i 20 milioni a testa per aver partecipato alla truffa, ecco il colpo di scena.
Becchetti – che per dovere di cronaca viene sostituito sulla panchina del Taranto contro il Padova da Umberto Buonfrate (unica gara da allenatore in Serie B della carriera) – sporge denuncia e viene istruito dal procuratore federale Manin Carabba su come rendersi utile per far saltare l’affare. E così Becchetti telefona a Sgarbossa, chiedendogli la sua parte nella combine, con la minaccia di denunciare tutto. Il calciatore abbocca e i due si danno appuntamento mercoledì 19 giugno, circa alle ore 13: Sgarbossa porta con sé i 9 milioni pattuiti con Becchetti e avviene l’incontro al casello autostradale di Pesaro. Ma l’allenatore non è arrivato da solo…
Si è fatto accompagnare da Carabba. Il quale, nascosto tra i sedili anteriori e posteriori, assiste alla scena dopo aver posizionato un microfono nella giacca di Becchetti. La conversazione, che riporta anche i nomi degli altri giocatori del Taranto coinvolti, viene registrata. Sgarbossa consegna, da finestrino a finestrino, i 9 milioni. In questo momento, Carabba si rialza ed esclama: “Buona incisione, ottima“. Sgarbossa, preso dal panico, scappa. Ma ormai il destino è scritto. Anzi: registrato su nastro. Così come sono state registrate alcune telefonate effettuate dallo stesso calciatore.
L’Ufficio Inchieste convoca Sgarbossa, il quale inizialmente nega tutto. Ma, messo di fronte alla registrazione prodotta dal duo Carabba-Becchetti, infine confessa. Il capo dell’Ufficio Inchieste Corrado De Biase deferisce tutti i protagonisti dell’affare, i quali verranno squalificati per 5 anni. Tranne Bertazzon, nei confronti del quale viene chiuso un occhio per aver collaborato immediatamente con le autorità: a lui viene comminata una squalifica dimezzata rispetto ai compagni. 2 anni e 6 mesi. In realtà, durante il dibattimento, Bertazzon presentò una perizia psichiatrica che lo dipingeva come “soggetto neurolabile e facilmente influenzabile da persone psicologicamente più forti di lui” (La Stampa, 19.7.1985). Sgarbossa e Bertazzon confessarono, mentre Chimenti, Frappampina e Paese si dichiararono estranei alla vicenda.
Le conseguenze di questa brutta faccenda non coinvolgono ovviamente solo i tesserati citati, ma pure il Padova – allenato da Gianni Di Marzio – che paga un prezzo salatissimo: viene spedito all’ultimo posto in classifica e retrocesso in Serie C a tavolino. Il Cagliari, prima delle retrocesse, viene ripescato. Tuttavia, restano dei punti oscuri su cui non si è saputo di più. Ad esempio, chi aveva fornito i 100 milioni in contanti per conto del Padova? Il presidente Filotto non è stato sfiorato dagli eventi, sebbene De Biase ne avesse chiesto inizialmente l’inibizione per 5 anni. Così come il citato Cagliari, beneficiario del ripescaggio: una versione dei fatti che non sarà mai provata e resterà una supposizione giornalistica (secondo l’articolo “Il ‘caso Padova’ del 1985: scandalo di una vergognosa combine“, pubblicato da Alessandro Vinci il 17.3.2014 sul portale http://www.padovasport.tv – LINK) rimanda a un supposto intervento del presidente cagliaritano Fausto Moi, che avrebbe offerto del denaro a Becchetti per convincerlo a denunciare l’illecito e ottenere di riflesso il ripescaggio dei sardi. Di concreto, c’è che la giustizia sportiva non ha indagato fino in fondo in direzioni diverse da Padova e Taranto. Anche se, all’epoca dei fatti, fu proprio il Padova a rilasciare una nota in cui si dichiarava estranea ai fatti e puntava il dito contro il Cagliari: il quale avrebbe proposto al Taranto un premio a vincere contro i patavini, puntando sull’intercessione del giocatore Biondi.
L’unico dei calciatori coinvolti in questo scandalo che ritornò a giocare dopo la lunga squalifica, paradossalmente non fu Bertazzon che beneficiò di una pena più corta: fu Frappampina, il quale però non andò oltre a una manciata di partite nell’Altamura (C2 1990-91). Il “Caso Padova” può essere considerato purtroppo l’antipasto del secondo scandalo del calcioscommesse, che sarebbe esploso nel 1986 e avrebbe coinvolto le prime quattro categorie del calcio italiano.
L’ INTERVISTA RILASCIATA DA GIOVANNI SGARBOSSA NEL 2017
[www.tuttosporttaranto.com | 25.12.2017 | A cura di Alessandro Fina | Link originale]
Giovanni Sgarbossa, principale protagonista della vicenda, tentò di ritrattare la prima versione fornita agli inquirenti: dichiarò che l’uomo che gli versò la somma pattuita non fosse Zarpellon, ma un personaggio di sua conoscenza e appartenente al mondo del calcio, di cui però non ha voluto fare il nome.
“Ci fu un complotto: mi contattarono i dirigenti del Padova, c’era di mezzo Becchetti, l’allenatore che il Taranto aveva lasciato a casa, il Cagliari e il Catania e lì è stata una bella truffa. Io ho pagato perché ero il capro espiatorio, però l’avevano organizzata proprio bene. Quando fai un illecito così non ti puoi difendere, perché non sei nessuno, nel calcio sei una pedina che se la devono girare gli attori. Quando ci penso ho un po’ di magone perché ho pagato e quando poi sono andato a difendermi non mi hanno creduto. Per fortuna per strada non mi hanno identificato come un traditore, ma hanno capito che ero in buona fede“.

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