[Contenuto in esclusiva per Il Pallone Perduto]
Prima di Manolo el del Bombo, prima dei tifosi-testimonial e molto prima che i social trasformassero la notorietà da stadio in una professione, l’Italia ebbe Serafino. Un uomo che non giocava, non allenava e non dirigeva, eppure riusciva spesso a finire nell’inquadratura più dei campioni. Si chiamava Giuseppe Serafini, era nato a Milano il 23 maggio 1946, aveva vissuto a Chiavari e negli anni Settanta diventò una sorta di mascotte itinerante dello sport italiano. Tamburo, piatti, corni, cappelli improbabili, maglie sovrapposte e soprattutto una voce poderosa: il suo mestiere, almeno secondo la leggenda che lo accompagnava, era semplicemente quello di “tifoso”.
Il personaggio, però, fu molto meno innocuo e unanimemente amato di quanto possa suggerire oggi la patina della nostalgia. Serafino divertiva, esasperava, commuoveva e talvolta imbarazzava. Fu cercato dalle telecamere e contemporaneamente osteggiato da una parte della dirigenza sportiva. Per qualcuno rappresentava l’Italia popolare, spontanea e senza formalità; per altri era la caricatura rumorosa che il Paese avrebbe dovuto evitare di esportare.
Da Chiavari agli stadi: una voce da tenore trasformata in mestiere
Le ricostruzioni biografiche raccontano che, pur essendo nato a Milano, Serafini fosse di famiglia ligure e fosse cresciuto a Chiavari. Da ragazzo giocava in porta nel campetto parrocchiale, tanto da essere soprannominato “Anzolin”, come il portiere della Juventus Roberto Anzolin, e avrebbe anche studiato canto. Quella voce tenorile sarebbe diventata il suo vero strumento di lavoro.
Il principio era elementare e geniale: Serafino non aveva bisogno di undici giocatori per identificarsi in una maglia. Tifava l’Italia, e per estensione poteva diventare sostenitore di qualunque squadra italiana avesse bisogno di lui. Diverse ricostruzioni lo collocano al seguito dell’Ignis Varese nel basket e poi di Inter, Milan e Juventus. Il presidente del Palermo Renzo Barbera lo avrebbe chiamato appositamente per ravvivare l’ambiente rosanero. Con la Pistoiese il rapporto fu particolarmente intenso negli anni della grande ascesa arancione, tanto che una ricostruzione storica della trasferta di Sansepolcro ricorda una gradinata pistoiese guidata proprio da Serafino, interamente vestito d’arancione.
Il suo passaggio lasciò tracce anche lontano dalle grandi piazze. A Matera, per esempio, è rimasta una fotografia che lo ritrae con la maglia biancazzurra durante la stagione della promozione in Serie B 1978-79, seduto addirittura su un piccolo calesse nei pressi della gradinata del XXI Settembre.
Era, in sostanza, un tifoso in affitto prima che esistesse qualsiasi lessico moderno per definirlo.
Il segreto economico di Serafino: chi pagava tutte quelle trasferte?
Qui cominciava la parte che faceva storcere il naso ai puristi. Serafino veniva talvolta “ingaggiato”, ma non sembra essere mai diventato ricco. Le ricostruzioni concordano sul carattere quasi artigianale della sua esistenza: autostop, biglietti ottenuti insistendo, pasti offerti, passaggi sui pullman delle squadre, qualche aiuto economico e molta capacità di farsi accogliere ovunque. Il mistero su chi finanziasse davvero le sue trasferte divenne parte integrante del personaggio.
Decenni dopo Adriano Panatta ne ha fornito un ritratto molto concreto. Ha ricordato che Serafino spesso non aveva neppure il denaro per entrare: si piazzava fuori dall’impianto e urlava con tale forza che, prima o poi, qualcuno lo faceva passare. Nelle trasferte di Coppa Davis poteva capitare che gli azzurri lo trovassero nella hall dell’albergo, senza stanza, e finissero per pagargliela loro.
È un dettaglio importante perché restituisce la contraddizione fondamentale del personaggio: professionista del tifo, ma senza una vera professione organizzata.
Dalla Nazionale alla Rai: Serafino diventa un personaggio popolare
Alcuni ricordi palermitani fanno risalire la sua consacrazione ai Mondiali del Messico 1970, quando sarebbe apparso sugli spalti vestito d’azzurro, con sombrero e piatti. Nel 1971 arrivò anche la televisione generalista, con una partecipazione a Rischiatutto di Mike Bongiorno. Da lì la sua sagoma diventò familiare a milioni di italiani.
Il riconoscimento popolare raggiunse livelli sorprendenti. Una sua caricatura entrò nell’album Calciatori Panini 1974-75, nell’appendice illustrata da Bruno Prosdocimi, mentre una fotografia finì perfino su Newsweek. Non era un calciatore, ma ormai apparteneva allo stesso paesaggio mediatico.
Seguì naturalmente la Nazionale italiana. Era presente ai Mondiali del 1974 in Germania, dove una fotografia lo immortalò in lacrime dopo l’eliminazione degli azzurri, e tornò a seguire l’Italia in Argentina nel 1978. In un’intervista televisiva registrata a Firenze nel maggio 1979 scherzò sulle abbuffate sudamericane, attribuendo alle bistecche argentine parte del proprio aumento di peso.
La stessa intervista contiene una piccola perla sul suo modo di intendere il tifo. Quando il giornalista gli ricordò che durante un incontro aveva prima sostenuto un giocatore tedesco e poi il messicano avversario, Serafino rispose con filosofia: «Un po’ per uno fa male a nessuno».
Una frase che spiega meglio di molte analisi perché i tifosi tradizionali lo considerassero, alternativamente, irresistibile o insopportabile.
Le maglie una sopra l’altra e il tamburo ricavato dal Dixan
Anche il costume di scena aveva una sua tecnica. Secondo il Guerin Sportivo, Serafino indossava più maglie sovrapposte, sfilandole a seconda della squadra che doveva sostenere. Al collo poteva portare un fustino di detersivo Dixan capovolto, trasformato in tamburo. Poi cappelloni, corni e piatti completavano l’orchestra ambulante.
La sua mole, arrivata secondo diverse fonti intorno ai 200 chili, rendeva ogni apparizione ancora più teatrale. Durante una trasferta europea dell’Inter a Liegi, nel 1972, un sostenitore belga infastidito dal suo continuo vociare lo avrebbe spinto: Serafino cadde e travolse diversi spettatori. Il seguito della storia è quasi da commedia all’italiana. La moglie del presidente nerazzurro Ivanoe Fraizzoli andò a trovarlo in ospedale pensando di rendere omaggio a un fedelissimo interista; Serafino, che in realtà tifava a comando, le avrebbe chiesto un aiuto economico per mangiare e tornare a casa.
Il tennis, Panatta e il punto in cui il folklore diventò un problema
Fu soprattutto il tennis a trasformare Serafino da fenomeno di costume in caso nazionale. In uno stadio di calcio una voce può perdersi tra quarantamila persone. Su un campo da tennis, nel silenzio prima del servizio, la sua voce diventava una sirena.
Serafino seguiva Panatta, Barazzutti, Bertolucci e Zugarelli, gli eroi della Coppa Davis. Gridava il celebre e lunghissimo “Adrianoooo!”, ma non sempre rispettava le convenzioni di uno sport che allora custodiva gelosamente cerimoniale e silenzio.
Già durante Italia-Francia di Coppa Davis nel 1977 al Foro Italico la situazione degenerò: la stessa Federazione tennistica ricorda oggi che Serafino, “spesso al di là dei limiti”, durante il primo singolare venne portato via dai carabinieri.
Le ricostruzioni successive attribuiscono al capitano Nicola Pietrangeli una forte insofferenza verso la sua presenza. Il Guerin Sportivo ha perfino ricordato un episodio secondo il quale Franco Carraro, allora ai vertici dello sport italiano, sarebbe arrivato a offrirgli personalmente del denaro purché rinunciasse a presentarsi a una manifestazione. È un episodio tramandato da ricostruzioni posteriori, non una circostanza che le fonti d’archivio consultate permettano di documentare direttamente, ma rende bene il livello raggiunto dal caso Serafino.
San Francisco 1979: la comparsata che fece esplodere la polemica
Il punto di rottura arrivò nella finale di Coppa Davis 1979 tra Stati Uniti e Italia, disputata a San Francisco.
Qui la fonte contemporanea è particolarmente preziosa. l’Unità del 18 dicembre 1979 raccontò che John McEnroe, dopo una discussione con i giudici, si era lasciato cadere a terra. Serafino entrò sul court per aiutarlo a rialzarsi. Ne nacque un siparietto davanti alle telecamere che il quotidiano giudicò con evidente fastidio, scrivendo che quello spettacolo avrebbe potuto essere risparmiato ai telespettatori italiani.
Il giorno successivo la questione diventò ufficialmente politica, almeno nel piccolo parlamento dello sport. l’Unità riportò la presa di posizione del presidente della Federazione tennis Paolo Galgani, che chiarì: «Serafino non è sponsorizzato né aiutato dalla Federazione tennis». Galgani condannò il comportamento, pur riconoscendo che negli Stati Uniti il personaggio veniva accolto anche con divertimento.
Ancora più duro fu Panatta. Sempre secondo il resoconto dell’epoca, il campione azzurro definì una “indecenza” offrire all’estero un’immagine di quel genere del tifo italiano e negò che i giocatori finanziassero ufficialmente Serafino.
Il giudizio di Panatta, letto accanto ai ricordi affettuosi raccontati quasi mezzo secolo dopo, fotografa perfettamente la doppia anima del rapporto: Serafino poteva essere amico, mascotte e seccatura nello stesso pomeriggio.
Un simbolo discusso dell’Italia anni Settanta
È probabilmente qui che la figura di Serafino diventa più interessante del semplice aneddoto.
Negli anni Settanta l’Italia stava conoscendo contemporaneamente la crescita della televisione sportiva, il nuovo tifo organizzato e la trasformazione degli atleti in personaggi popolari. Serafino occupava uno spazio nuovo: non era uno spettatore anonimo, ma neppure un personaggio ufficiale. Era un uomo-spettacolo senza contratto, capace di inserirsi autonomamente nella narrazione televisiva.
La Rai lo cercava perché funzionava in video. I club lo utilizzavano perché animava gli spalti. Alcuni dirigenti lo respingevano perché nessuno voleva essere formalmente responsabile delle sue esuberanze. Ed è significativo che ancora nel 1979 la domanda ricorrente fosse: chi paga Serafino?
Oggi parleremmo probabilmente di testimonial, creator, influencer o brand ambassador. Lui funzionava invece con una moneta molto più primitiva: notorietà in cambio di accesso, pasti, viaggi e ospitalità.
Palermo, l’ultima trasferta
La parabola terminò in maniera rapidissima. Serafino si trovava a Palermo, città con la quale aveva costruito un rapporto particolare grazie anche a Renzo Barbera. Una ricostruzione successiva riferisce che venne ricoverato all’Ospedale Civico l’11 aprile 1980, in condizioni aggravate dall’obesità e dai problemi respiratori. Gli venne imposta una dieta severa; lo stesso racconto vuole che alcuni infermieri raccogliessero denaro per preparargli enormi spremute d’arancia.
La causa della morte viene generalmente indicata come insufficienza respiratoria collegata alla cosiddetta sindrome di Pickwick, oggi ricondotta alla sindrome da ipoventilazione dell’obeso.
Anche sulla data esiste una piccola discrepanza documentaria: il Guerin Sportivo indica il 16 aprile 1980, altre ricostruzioni il 17 aprile.
C’è anche una curiosità anagrafica da correggere rispetto alla tradizione. Serafino viene quasi sempre ricordato come morto “a 34 anni”; essendo però nato il 23 maggio 1946, nell’aprile 1980 aveva in realtà 33 anni compiuti e gli mancava poco più di un mese al trentaquattresimo compleanno. Le fonti commemorative dell’epoca e successive hanno evidentemente utilizzato l’età dell’anno in corso.
Secondo una delle ricostruzioni, tra i suoi ultimi rimpianti vi fu quello di non poter assistere agli Europei del 1980, che l’Italia avrebbe ospitato appena poche settimane dopo.
Serafino, molto più di una macchietta
Ridurre Giuseppe Serafini alla mole fisica, al tamburo o alle sue irruzioni sarebbe semplice, ma perderebbe il significato storico del personaggio.
Serafino fu una delle prime persone nello sport italiano a capire, forse senza averlo mai teorizzato, che anche lo spettatore poteva diventare parte dello spettacolo. La Panini lo trasformò in caricatura, la Rai lo cercava sugli spalti, Newsweek ne registrò la fama internazionale, i presidenti lo invitavano e altri dirigenti avrebbero preferito vederlo a chilometri di distanza.
A distanza di decenni il Corriere della Sera, ricordando i grandi tifosi delle Nazionali, lo avrebbe accostato al portoghese Pacheco; la Spagna avrebbe poi trovato il suo equivalente più famoso in Manolo el del Bombo.
Ma Serafino venne prima. E forse proprio per questo nessuno sapeva bene come trattarlo.
Era un tifoso che cambiava maglia, ma rimaneva fedele al proprio personaggio. Un uomo accolto nei pullman delle squadre e cacciato dalle tribune del tennis. Uno che poteva far ridere un intero stadio e, pochi minuti dopo, provocare un comunicato di dissociazione federale.
Il suo vero talento non fu dunque soltanto quello di fare rumore. Fu quello di diventare, in un’Italia senza social network e senza marketing degli influencer, impossibile da ignorare.


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