Una rubrica nella quale il pallone incontra il giradischi. Dal reggae di Bob Marley all’opera diventata leggendaria al Mondiale ’90, passando per Maradona, New Order e Oasis.
PASSIONE VERA
C’è un’immagine di Bob Marley che racconta molto più di tanti ritratti ufficiali: niente palco, niente microfono, niente folla. Soltanto un pallone e qualche compagno con cui giocare. Il calcio non rappresentava una posa costruita attorno alla sua celebrità. Era una vera passione, praticata durante le pause dalle registrazioni e persino nel corso dei tour.
Il sito ufficiale dedicato all’artista conserva una frase attribuita a Marley che rende perfettamente l’idea: per conoscerlo davvero bisognava giocare a calcio contro di lui e i Wailers. La sua passione è diventata negli anni parte integrante dell’iconografia del musicista giamaicano.
BATTERSEA PARK
Uno degli episodi più celebri riguarda le partitelle disputate a Battersea Park, a Londra. Marley venne fotografato mentre giocava indossando una tuta sportiva blu, immagini diventate nel tempo parte dell’immaginario legato al cantante e successivamente riprese anche da collezioni celebrative dedicate proprio al rapporto tra Marley e il football.
Il pallone offriva a Marley qualcosa che la musica, inevitabilmente, aveva finito per complicare: normalità. Bastavano due porte improvvisate, qualche amico e uno spazio verde per cancellare temporaneamente la dimensione della superstar.

PER SEMPRE
Quel legame non è terminato con lui. La famiglia Marley ha continuato a intrecciarsi con il football: Cedella Marley, sua figlia, ha avuto un ruolo importante nel sostegno alla Nazionale femminile giamaicana, contribuendo alla rinascita del progetto delle Reggae Girlz.
È forse questo il dettaglio più affascinante. Bob Marley cantava identità, libertà e appartenenza, mentre il calcio gli permetteva di viverle fisicamente.
Prima del reggae, per qualche minuto, c’era semplicemente un uomo che correva dietro a un pallone.
Ed era felicissimo così.
VITA E MORTE
Drammaticamente, fu il pallone la causa scatenante del percorso del musicista verso la prematura morte. Durante una partita di calcio, si ferì all’alluce del piede destro. Dopo un’altra partita, perse l’unghia e gli venne fatta la prima diagnosi: melanoma acrale, che si era sviluppato sotto il letto dell’unghia. Tra l’amputazione del dito e quella del letto ungueale, scelse la seconda in ossequio al Rastafarianesimo, che predica la conservazione del corpo.
Una scelta che gli sarebbe costata la vita. Il 23 settembre 1980, Bob Marley diede luogo all’ultimo concerto a Pittsburgh. Si recò in Germania dal dottor Issels, a Monaco di Baviera, specializzato in pazienti inguaribili. Il tumore si era ormai diffuso a cervello, polmoni e fegato: le cure tentate per alcuni mesi non ebbero effetto. Bob Marley morì l’11 maggio 1981, ad appena 36 anni.
Tra gli oggetti sepolti accanto a lui, il suo pallone da calcio.


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