Prima che il calcio europeo conoscesse Pelé, Eusébio o George Weah, c’era già un fuoriclasse africano capace di trasformare il pallone in spettacolo. Larbi Ben Barek, nato ufficialmente a Casablanca il 16 giugno 1917, crebbe nel quartiere popolare della Ferme-Blanche. Figlio di un operaio specializzato nella riparazione delle imbarcazioni, perse presto il padre e fu il fratello maggiore Ali a contribuire al sostentamento della famiglia.
La madre e Ali, inizialmente, non volevano che Larbi perdesse tempo con il calcio. A 14 anni lavorava già come falegname, ma nelle strade polverose di Casablanca il richiamo del pallone fu irresistibile. Tra i suoi compagni d’infanzia figurava persino il futuro campione mondiale di boxe Marcel Cerdan.
LA PERLA NERA
Dall’Idéal Club passò all’US Marocaine, quindi nel 1938 attraversò il Mediterraneo per approdare all’Olympique Marsiglia. Dribbling, potenza, eleganza e capacità di inventare calcio gli valsero presto il soprannome di “Perla Nera”. La Seconda guerra mondiale interruppe la sua ascesa europea e lo riportò in Marocco, prima del ritorno in Francia con lo Stade Français.
NAPOLI E QUELLA MARSIGLIESE
Il debutto con la Francia arrivò il 4 dicembre 1938 a Napoli contro l’Italia. In un ambiente segnato dal clima politico fascista e da ostilità razziali, Ben Barek rispose cantando con forza la Marsigliese. Le cronache ricordano anche una particolarità quasi incredibile: poco abituato agli scarpini con i tacchetti, preferì giocare con calzature più leggere.
IL “PIEDE DI DIO” A MADRID
Nel 1948-49 l’Atlético Madrid lo portò in Spagna con un trasferimento clamoroso. In Francia qualcuno protestò scrivendo che si sarebbero potuti vendere la Torre Eiffel e l’Arco di Trionfo, ma non Ben Barek. A Madrid divenne El Pie de Dios e conquistò due campionati consecutivi, nel 1950 e 1951.
Con la Francia raccolse 17 presenze e 3 gol, distribuite nell’arco eccezionale di 15 anni e 10 mesi, ancora record di longevità in maglia Bleus.

IL TRIBUTO DI O’REY
Il riconoscimento più suggestivo arrivò molti anni dopo. Durante una visita in Marocco, Pelé gli rese omaggio con una frase entrata nella leggenda: «Se io sono il re del calcio, Ben Barek ne è il dio».
Una definizione che restituisce il peso di un campione oggi meno ricordato di quanto meriterebbe: Larbi Ben Barek fu uno dei primi grandi ponti tra Africa ed Europa, un artista del pallone arrivato dal legno della bottega e dalla polvere delle strade di Casablanca fino ai più grandi stadi del continente.
DAL CAMPO ALLA PANCHINA
Conclusa la carriera da calciatore, Larbi Ben Barek non abbandonò immediatamente il calcio. Tornato in Marocco, mise la propria esperienza al servizio del movimento nazionale e intraprese la strada dell’allenatore. Nel 1957 gli venne affidata la preparazione della rappresentativa marocchina per i Giochi Panarabi di Beirut, competizione nella quale il Marocco ottenne la medaglia d’oro dopo aver superato Libia e Tunisia e pareggiato contro l’Iraq.
Successivamente allenò anche l’USM Bel-Abbès e tornò per un breve periodo alla guida del Marocco nel 1960. La sua esperienza in panchina fu però molto meno luminosa rispetto alla carriera da giocatore. Con il passare degli anni, la figura della “Perla Nera” scivolò progressivamente ai margini del grande calcio, nonostante fosse stato uno dei primi simboli mondiali del talento africano.
UNA FINE AMARA
L’ultimo capitolo della sua vita fu malinconico. Ben Barek morì a Casablanca il 16 settembre 1992, lontano dai riflettori che lo avevano accompagnato negli anni migliori. Le cronache dell’epoca raccontano che viveva in condizioni modeste e che il suo corpo venne scoperto solo alcuni giorni dopo la morte, nel suo appartamento.
Una conclusione dolorosa per un uomo che aveva fatto innamorare Marsiglia, Madrid e la Francia calcistica. Il tempo, però, gli ha restituito almeno una parte del riconoscimento perduto: negli anni successivi alla scomparsa sono arrivati omaggi, mostre, documentari e iniziative dedicate alla sua memoria, mentre il suo nome è rimasto legato all’idea del pioniere africano capace di aprire le porte del grande calcio europeo a generazioni successive.
[Pubblicato su Mondosportivo | 03.11.2021 | Aggiornamento 30.09.2026]


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