Roy Hodgson e la Svizzera: il ciclo che riportò in auge gli elvetici

Quando Roy Hodgson assunse la guida della Svizzera il 26 gennaio 1992, la Nazionale elvetica era lontana da quasi trent’anni dal grande palcoscenico internazionale. L’ultima partecipazione a un Mondiale risaliva infatti al 1966. L’inglese, reduce dall’esperienza al Neuchâtel Xamax, costruì però una squadra organizzata attorno a uomini come Ciriaco Sforza, Stéphane Chapuisat, Alain Sutter, Adrian Knup, Georges Bregy e Alain Geiger.

Cambiamento

Hodgson introdusse un 4-4-2 rigidamente organizzato, pressing collettivo, difesa a zona e grande attenzione alle transizioni. Ottenne persino dalla federazione e dai club la possibilità di riunire regolarmente i nazionali il lunedì e martedì dopo le partite di campionato: una soluzione insolita che gli permise di creare una mentalità quasi da club.

L’Italia scopre la nuova Svizzera

Il girone di qualificazione a USA ’94 comprendeva anche Italia, Portogallo e Scozia. La Svizzera chiuse seconda, appena un punto dietro gli Azzurri, con 6 vittorie, 3 pareggi, una sola sconfitta e appena 6 reti subite in 10 gare.


Nella grafica, due dei protagonisti della Svizzera di Hodgson: l’ala Alain Sutter e il centrale difensivo (e capitano) Alain Geiger.


Il simbolo del salto di qualità furono proprio le due partite contro l’Italia di Arrigo Sacchi. Il 14 ottobre 1992 a Cagliari gli svizzeri volarono sul 2-0 prima della rimonta azzurra negli ultimi minuti per il 2-2. Il 1° maggio 1993 a Berna, invece, arrivò un prestigioso 1-0. In totale, quattro punti su sei contro una Nazionale che l’anno dopo avrebbe raggiunto la finale mondiale.

La qualificazione fu certificata dal 4-0 all’Estonia del novembre 1993. Per Hodgson, quel ritorno ai Mondiali dopo 28 anni rappresentò uno dei momenti più importanti della carriera. La formazione-tipo era formata dal portiere del Servette Marco Pascolo, capace di diventare una garanzia tra i pali; la difesa del Sion al completo, composta da Marc Hottiger e Yvan Quentin sulle fasce, lo stopper Dominique Herr e il navigato libero Alain Geiger; la funambolica ala Alain Sutter, riconoscibile dalla lunga chioma bionda; la tecnica di Ciriaco Sforza in mediana, insieme alla vivacità di Christophe Ohrel e alla sagacia del “vecchietto” Georges Bregy, ripescato dopo diversi anni da Hodgson. E ancora, il centravanti Adrian Knup abilissimo nel gioco aereo e il mancino mortifero di Stéphane Chapuisat in prima linea. Rosa per gran parte militante in patria, con diversi elementi di stanza nella Bundesliga tedesca.

USA ’94, la notte del 4-1 alla Romania

Negli Stati Uniti la Svizzera pareggiò 1-1 con i padroni di casa, poi travolse 4-1 la Romania, una delle squadre più spettacolari del torneo. Hodgson avrebbe ricordato anni dopo quella partita come il momento in cui il pubblico svizzero cominciò davvero a credere nella propria Nazionale. Dopo lo 0-2 con la Colombia, gli elvetici passarono comunque il girone e raggiunsero gli ottavi di finale, dove la Spagna vinse 3-0.

Intorno alla squadra nacque una popolarità sconosciuta fino ad allora. Il quotidiano Blick arrivò a soprannominare l’allenatore “King Roy”, mentre Hodgson impose una disciplina ferrea nel ritiro mondiale, salvo poi alleggerire alcune regole dopo il confronto con i giocatori.

Dal Mondiale alla prima qualificazione europea

Il ciclo non si fermò. Nelle qualificazioni a Euro 1996 la Svizzera vinse il proprio gruppo davanti a Turchia, Svezia, Ungheria e Islanda: 5 vittorie, 2 pareggi e una sola sconfitta, con 15 gol segnati e 7 subiti. Fu la prima qualificazione della storia elvetica a una fase finale dell’Europeo.

Nel frattempo la Svizzera era arrivata addirittura al terzo posto del ranking FIFA, massimo storico della Nazionale. Hodgson, però, non guidò la squadra in Inghilterra: lasciò il 15 novembre 1995 per dedicarsi all’Inter, dove era già approdato poche settimane prima.

Numeri da rifondatore

Il bilancio complessivo racconta l’importanza del suo lavoro: 41 partite, 21 vittorie, 10 pareggi e 10 sconfitte, 69 gol segnati e 38 subiti.

Ma il dato più significativo resta un altro. Prima di Hodgson, la Svizzera era fuori dai Mondiali da 28 anni e non aveva mai disputato un Europeo. Quando l’inglese se ne andò, aveva raggiunto entrambe le qualificazioni consecutive ed era diventata una squadra rispettata in Europa. Fu quello il vero successo di Roy Hodgson: non un trofeo, ma la restituzione alla Svizzera di una credibilità internazionale perduta.

I giocatori che fecero parte della gestione Hodgson: tutti i giocatori utilizzati

Portieri: Martin Brunner (1963), Stefan Huber (1966), Stephan Lehmann (1963), Marco Pascolo (1966), Philipp Walker (1967).

Difensori: André Egli (1958), Harald Gämperle (1968), Alain Geiger (1960), Stéphane Henchoz (1974), Dominique Herr (1965), Marc Hottiger (1967), Giuseppe Mazzarelli (1972), Yvan Quentin (1970), Regis Rothenbühler (1970), Martin Rueda (1963), Michel Sauthier (1966), Peter Schepull (1964), Jorg Stüder (1966), Pascal Thüler (1970), Ramon Vega (1971), Murat Yakin (1974), Stefan Wolf (1971).

Centrocampisti: Thomas Bickel (1963), Georges Bregy (1958), Sébastien Fournier (1971), Marcel Heldmann (1966), Marcel Koller (1960), Christophe Ohrel (1968), Blaise Piffaretti (1966), Ciriaco Sforza (1970), Alain Sutter (1968), Patrick Sylvestre (1968), Thomas Wyss (1966).

Attaccanti: Christophe Bonvin (1965), Stéphane Chapuisat (1969), Xavier Dietlin (1969), Marco Grassi (1968), Adrian Knup (1968), Nestor Subiat (1966), Beat Sutter (1962), Kubilay Türkyılmaz (1967).

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