02/11/2026
Urss 90

A Italia ’90 l’Unione Sovietica disputò il suo settimo e ultimo Mondiale. Da Lobanovskyi a Dasaev, da Zavarov a Protasov: tre partite che anticiparono simbolicamente la fine di una delle Nazionali più iconiche del Novecento.

Un Mondiale mentre il mondo cambiava

Italia ’90 non fu soltanto un campionato del mondo. Fu anche una fotografia scattata nel momento esatto in cui l’Europa stava cambiando pelle.

Il Muro di Berlino era caduto il 9 novembre 1989, appena sette mesi prima dell’inizio del torneo. La Germania sarebbe stata riunificata nell’ottobre successivo, mentre l’Unione Sovietica avrebbe cessato di esistere alla fine del 1991. Anche la Jugoslavia, altra Nazionale presente in Italia, stava entrando nell’ultima fase della propria storia unitaria.

Dentro questo scenario arrivò in Italia la squadra dell’URSS, ancora ufficialmente una delle grandi potenze del calcio europeo ma già circondata dai segnali di un’epoca al tramonto.

La qualificazione al Mondiale era arrivata vincendo il gruppo europeo 3 davanti all’Austria, con Turchia, Germania Est e Islanda alle spalle. La partita decisiva aveva avuto luogo il 15 novembre 1989 a Simferopoli, appena sei giorni dopo la caduta del Muro: 2-0 alla Turchia con una doppietta di Oleg Protasov. Un dettaglio quasi cinematografico. Mentre l’ordine politico dell’Europa orientale cominciava a sgretolarsi, la Nazionale sovietica conquistava ancora una volta il passaporto per il Mondiale.

Lobanovskyi e l’ultima grande generazione

In panchina sedeva Valeriy Lobanovskyi, l’uomo che aveva trasformato la Dinamo Kiev in uno dei laboratori calcistici più avanzati d’Europa. Il suo calcio, basato su organizzazione, preparazione atletica e movimenti collettivi studiati quasi scientificamente, aveva costituito l’ossatura della stessa Nazionale.

Valeriy Lobanovskyi (1939-2002)

Solo due anni prima l’URSS aveva raggiunto la finale dell’Europeo 1988, perdendo 2-0 contro l’Olanda di Gullit e Van Basten. Nello stesso anno il calcio sovietico aveva conquistato anche l’oro olimpico di Seul, battendo il Brasile 2-1 dopo i tempi supplementari.

La squadra arrivata in Italia conservava diversi protagonisti di quella fase: Aleksandr Zavarov, allora alla Juventus, Sergei Aleinikov, anche lui bianconero, Protasov, Gennadi Litovchenko, Anatoliy Demyanenko, Vladimir Bessonov e Rinat Dasaev.

Ma qualcosa era già cambiato.

Diversi convocati giocavano ormai fuori dall’Unione Sovietica: Dasaev era al Siviglia, Zavarov e Aleinikov alla Juventus, Vagiz Khidiyatullin al Tolosa, Sergei Gorlukovich al Borussia Dortmund, Aleksandr Borodyuk e Vladimir Lyutiy allo Schalke 04. Anche il calcio sovietico stava dunque aprendosi verso l’Occidente.

A pesare fu soprattutto l’assenza di Aleksei Mikhailichenko, uno degli uomini fondamentali della squadra e protagonista dell’oro olimpico del 1988. Un infortunio alla spalla subito poco prima del Mondiale lo escluse dalla lista finale. Anche Pavel Yakovenko mancò per problemi fisici.

Bari, il primo colpo

Il sorteggio non fu benevolo. Nel gruppo B finirono Argentina, campione del mondo in carica, Romania e Camerun. L’esordio arrivò il 9 giugno al San Nicola di Bari contro la Romania. Lobanovskyi affidò la porta e la fascia di capitano al trentatreenne Rinat Dasaev, uno dei grandi simboli del calcio sovietico degli anni Ottanta. La partita rappresentò però l’inizio della fine.

Due reti di Marius Lăcătuș, una delle quali su rigore, consegnarono ai romeni il successo per 2-0. L’URSS mostrò difficoltà nel trasformare il possesso e la qualità tecnica in occasioni concrete. Per Dasaev quella gara avrebbe avuto un significato imprevedibile: fu la sua 91ª e ultima presenza con la Nazionale sovietica. Dopo la sconfitta, Lobanovskyi affidò la porta ad Aleksandr Uvarov. Dasaev non sarebbe più sceso in campo con l’URSS.

Uno dei più grandi portieri della storia sovietica – ed europea – usciva così dalla Nazionale quasi senza una cerimonia d’addio.

Maradona, un’altra mano e il secondo 2-0

Quattro giorni dopo, al San Paolo di Napoli, l’avversaria era l’Argentina di Diego Armando Maradona. Lobanovskyi cambiò portiere: giocò Uvarov. Ma il risultato fu identico, ancora 2-0.

Segnarono Pedro Troglio al 27° e Jorge Burruchaga al 79°. La partita contenne però anche uno degli episodi più singolari del Mondiale. Maradona respinse infatti con una mano sulla propria linea di porta un pallone destinato verso la rete sovietica. L’arbitro non intervenne. Molti anni dopo fu lo stesso campione argentino ad ammettere l’irregolarità, osservando che con la tecnologia moderna l’episodio sarebbe stato rilevato. Per l’URSS fu il secondo 0-2 consecutivo. Due partite, zero punti, nessun gol segnato. Il Mondiale era sostanzialmente compromesso.

Il paradosso del Camerun

Il 18 giugno, nuovamente al San Nicola di Bari, arrivò infine la migliore prestazione sovietica. L’avversario era il sorprendente Camerun, già qualificato dopo aver battuto Argentina e Romania. Per sperare, l’URSS doveva vincere largamente e attendere combinazioni favorevoli dall’altra partita.

La squadra di Lobanovskyi travolse gli africani 4-0. Protasov aprì le marcature al 20°, Andrei Zygmantovich raddoppiò nove minuti più tardi. Nella ripresa segnarono Zavarov e Igor Dobrovolski.

Fu una vittoria quasi crudele nella sua inutilità. La squadra che non aveva segnato neppure una volta nelle prime due gare ne realizzava quattro quando ormai era troppo tardi. L’URSS terminò il girone con due punti secondo il sistema dell’epoca, quattro gol fatti e quattro subiti, ma venne eliminata.

Fu l’ultima partita dell’Unione Sovietica in un campionato del mondo.

Dasaev, Protasov e Zavarov: i volti dell’addio

Dentro quelle tre gare convivevano generazioni differenti. Dasaev rappresentava il legame con la grande URSS degli anni Ottanta. Protasov, centravanti della Dinamo Kiev, era il principale riferimento offensivo. Zavarov portava invece nella squadra sovietica una conoscenza diretta del calcio italiano acquisita alla Juventus.

L’URSS schierata prima del match contro l’Argentina, a Napoli, il 13 giugno 1990. Da sinistra a destra, in piedi: Uvarov, Bessonov, Alejnikov, Khidiatullin, Gorlukovich, Shalimov. Accosciati: Kuznetsov, Zygmantovich, Dobrovolsky, Zavarov, Protasov.

C’era poi Aleinikov, anch’egli juventino, uomo d’ordine del centrocampo. E ancora Demyanenko, Bessonov, Litovchenko, Khidiyatullin: calciatori che avevano attraversato una delle fasi tecnicamente più ricche della storia sovietica.

Italia ’90 segnò per molti di loro una cesura. Non necessariamente la fine della carriera, ma la fine del mondo calcistico nel quale erano cresciuti.

La maglia e quel simbolo che stava scomparendo

Anche l’immagine della squadra raccontava qualcosa. Le divise Adidas utilizzate a Italia ’90 abbandonavano visivamente la semplicità delle classiche maglie sovietiche. Il rosso della prima tenuta e il bianco della seconda erano attraversati da vistosi motivi geometrici.

Nelle immagini delle partite, sul petto dei giocatori di movimento campeggiava soprattutto lo stemma dell’Unione Sovietica, mentre non dominava più quella grande scritta “CCCP” che nell’immaginario collettivo aveva reso immediatamente riconoscibili tante divise delle generazioni precedenti. Le fotografie del Mondiale mostrano una Nazionale ancora sovietica, ma con un’identità visiva già differente.

Non esistono elementi per trasformare quella scelta stilistica in una dichiarazione politica. A posteriori, però, l’immagine resta potente: anche uno dei simboli più riconoscibili del calcio del Novecento sembrava sfumare proprio mentre lo Stato che rappresentava entrava nei suoi ultimi mesi di vita.

Dall’URSS alla CIS

La Nazionale sovietica continuò a giocare dopo Italia ’90 e riuscì persino a qualificarsi per Euro 1992. A quella fase finale, tuttavia, l’Unione Sovietica non sarebbe mai arrivata.

Quando il torneo si disputò in Svezia, lo Stato sovietico era ormai scomparso. La stessa squadra partecipò sotto la sigla CIS, Comunità degli Stati Indipendenti, rappresentando dodici delle repubbliche nate dalla dissoluzione dell’URSS.

Poi sarebbero arrivate Russia, Ucraina, Bielorussia, Georgia e le altre Nazionali indipendenti. Per questo il 4-0 al Camerun di Bari, 18 giugno 1990, resta una data particolare.

Non fu soltanto una vittoria inutile. Fu l’ultima partita mondiale di una Nazionale che aveva vinto il primo Europeo della storia nel 1960, conquistato due ori olimpici e prodotto campioni come Lev Yashin, Oleg Blokhin e Rinat Dasaev.

Italia ’90 salutò l’Unione Sovietica senza saperlo ancora.

Due anni dopo, quella maglia, quella bandiera e persino quel nome appartenevano già alla storia.

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