L’ultimo sogno sconosciuto di Dener, il nuovo Pelé

[Pubblicato su Mondosportivo | 5.11.2020 | Link originale]

Nella storia del calcio brasiliano, il peso di ricevere la scomoda etichetta di “nuovo Pelé” o presunto tale è stato sopportato da diversi giocatori. L’ultimo di questi è stato il più sfortunato: Dener trovò un destino baro pronto ad attenderlo, in una mattina primaverile carioca.


Quando il piccolo e magro Dener – nome completo Dener Augusto de Sousa – scopre il calcio è solo un bambino. Il gioco più bello del mondo lo respira per le strade polverose di Vila Ede, un barrio nella zona Nord di San Paolo del Brasile, dove è nato il 2 aprile 1971. Quando ha appena 8 anni resta orfano di padre. E così anche lui è ben presto costretto a dimenticarsi dei momenti di svago, per portare qualche soldo a casa e aiutare la madre rimasta con il cuore lacerato dal dolore e il portafogli pieno. Sì, ma di debiti da saldare.


Con la maglia della Portuguesa

Il giovane Dener studia la mattina, lavorando di notte. Però la passione rotonda – è un tifoso sfegatato del San Paolo – ritorna a premere. Lo nota la Portuguesa, che lo inserisce nelle giovanili. Il suo anfitrione calcistico è Antonio Lopes, tecnico della prima squadra dell’epoca. Il ragazzino è magro come un grissino: tuttavia, come fare ad ignorare un simile talento cristallino dal dribbling funambolico? Il passo dagli juniores ai grandi si concretizza. Siamo nel 1988.


Nel Gremio

Le giocate del ragazzo paulista non tardano ad attirare l’attenzione. Tecnica di prim’ordine e capacità di saltare regolarmente l’uomo, unite a un paio di reti clamorose che realizza all’Inter Limeira (nel 1992) e al Santos (’93), contribuiscono a depositare lentamente sulle esili spalle di Dener l’etichetta di novello Pelé. Paulo Roberto Falcão, leggenda verdeoro che in Italia abbiamo conosciuto bene per l’avventura nella Roma, lo chiama in Nazionale durante la sua gestione come selezionatore. La prima volta ufficiale del giocatore con la casacca della Seleção è datata 27 marzo 1991. Al José Amalfitani di Buenos Aires, amichevole pirotecnica (3-3) tra Argentina e Brasile.


Amichevole? Per descriverla è necessario dire che le squadre non hanno lesinato energie. E non solo per giocare la sfera… Dener parte in panchina, con la maglia numero 14. Nella ripresa prende il posto di Luiz Henrique e va a dare una mano. Il primo pallone lo gioca sulla fascia destra, mostrando una giravolta elegante per servire Renato Portaluppi. Poi l’Argentina perde la palla nella trequarti brasiliana, arriva proprio a Dener. Il debuttante non esita a partire in progressione, in posizione centrale. Imbecca Renato, il quale serve Bianchezi che insacca il 3-3 finale a 5 minuti dal termine. Uno spezzone comunque positivo per Dener, che scenderà in campo anche contro la Bulgaria tre mesi più tardi.


La maglia verdeoro della Nazionale: l’esordio contro l’Argentina

Saranno tuttavia le sue uniche presenze nella Nazionale brasiliana. Dener inizia a unire le prodezze sul campo a una certa indisciplina fuori dal rettangolo di gioco, tanto che la Portuguesa lo invia in prestito prima al Grêmio (1993) e poi al Vasco da Gama (1994). Il ragazzo si è un po’ perso? Fama e denaro gli hanno dato alla testa? No, anche se potrebbe sembrare. Incrocia Diego Armando Maradona in un’amichevole contro il Newell’s Old Boys e il Pibe si complimenta con lui a fine partita. Niente male, no?


La tifoseria lo adora e gli dedica un coro: “É, cafuné, é cafuné, o Dener é a mistura do Garrincha com o Pelé!” (“Cafuné, cafuné, Dener è un mix tra Garrincha e Pelé!”). Cafuné è un termine in portoghese-brasiliano, che identifica l’atto di accarezzare i capelli di un’altra persona. Il grande salto è vicino: lo Stoccarda ha deciso di ingaggiarlo, l’arrivo in Europa è ormai deciso. Poche ore dopo l’accordo siglato con i dirigenti entrambi le squadre, sta rientrando da San Paolo a Rio per allenarsi al mattino con il Vasco. Sono le prime ore del 18 aprile 1994.


Alla guida della sua Mitsubishi Eclypse c’è l’amico Otto Gomes de Miranda. Dener è seduto sul lato passeggero, con il sedile inclinato all’indietro e la cintura di sicurezza agganciata. Dorme. Probabilmente sta sognando l’Europa, quel passaggio al grande calcio lontano dal Brasile ma ricco di luci, denaro e gloria. Non sapremo mai se è andata così, ma piace pensarlo. Otto sta correndo, ha la quinta marcia inserita ma subisce un colpo di sonno: perde il controllo dell’auto e va a schiantarsi su un albero. Dener muore istantaneamente, senza accorgersene. L’amico resta seriamente ferito: perderà entrambe le gambe e troverà la morte nel ’95 in circostanze completamente diverse.


Fatali l’asfissia causata dalla cintura di sicurezza – l’abbassamento del sedile fu decisivo per la sua morte – e una lesione cervicale, dopo aver sbattuto violentemente la testa sul tettuccio dell’auto. 23 anni compiuti da poco, lasciò una moglie e tre figli in tenera età. E tutti gli appassionati con un pieno di se e di ma, per una carriera così promettente interrotta troppo presto. Sul luogo dell’incidente fu installata una targa con la scritta: “Qui è morto un poeta del calcio“. Misteriosamente fatta sparire, è stata prima riscritta a mano e infine dipinta sul marciapiede.


I resti dell’auto in cui Dener ha perso la vita

Al momento del passaggio in prestito dalla Portuguesa al Vasco, quest’ultimo club era stato obbligato da contratto a sottoscrivere una polizza assicurativa in caso di infortuni o decesso, del valore di tre milioni di dollari USA. Dopo la morte di Dener, iniziò una lunga causa in tribunale. Il procedimento innanzitutto portò a conoscenza che il calciatore e la madre dei suoi tre figli non erano in realtà sposati. La famiglia d’origine di Dener fu di fatto tenuta a riconoscere la ragazza. Una sentenza obbligò il Vasco a risarcire la Portuguesa e, ben tredici anni dopo, la compagna del calciatore. Nel 2016, lo scrittore e filosofo Luciano Ubirajara Nassar ha voluto rendere omaggio al giovane campione, pubblicando il libro “Dener – Il Dio del dribbling“.


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